I servi della gleba in Italia e nel mondo

di Antonio Bevere

 

Sotto padrone. Uomini. Donne e caporali nell’agromafia italiana (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2019) è il libro di Marco Omizzolo, che ha raccolto e narrato, con la sensibilità del sociologo, con la vivacità del giornalista e con la profondità dello storico, un fenomeno antico e moderno (la disumana condizione dei braccianti agricoli), che vive e prospera in  Italia e nel mondo.

L’autore ci immette nello specifico scenario della illegalità dell’agro pontino, descrivendo i protagonisti delle azioni e delle omissioni che sono all’origine dello sfruttamento dei lavoratori indiani sikh.

Il ruolo di protagonista spetta al padrone, che è il proprietario della piantagione e/o l’imprenditore della distribuzione dei prodotti: «è la chiave di accesso che permette di entrare nella complessità del lavoro diventato schiavitù, del diritto cancellato in favore dell’interesse del più forte. Rappresenta l’apice di uno stato di eccezione …che consuma, condiziona, logora e sacrifica la democrazia e le sue regole fondamentali. Un sistema che ingloba, in modo strutturale e strumentale anche le mafie italiane e straniere».

E’ evidente che il carattere eccezionale, fuori norma, di questo sistema lavorativo riguarda solo il suo rapporto con le regole e i principi dell’ordinamento giudico, mentre è  pienamente  regolare se messo in rapporto alla legge del mercato. L’anomala legalità dello sfruttamento non deriva dall’elemento territoriale, in quanto la condizione di schiavitù,  recte, di riduzione e mantenimento in servitù (vedi art. 600 c.p.) del lavoratore agrario non è limitata alla parte meridionale del Lazio, ma è estesa all’intero Sud e a tutte le aree coltivate del Bel Paese. Il delitto di sfruttamento, in tutte le sue gradazioni, è diffusamente consumato non solo in danno degli immigrati dai paesi orientali, ma nei confronti di tutti i lavoratori dipendenti che, in stato di necessità, siano costretti a prestazioni sottopagate e lesive della dignità e della incolumità fisica.

L’autore non si è accontentato di leggere e confrontare documenti e dichiarazioni  di lavoratori sfruttati dagli imprenditori privati e delusi dalle istituzioni pubbliche, ma ha voluto vivere la condizione di sfruttamento e di solitudine in cui versano da anni, in maniera clamorosamente visibile, migliaia di donne e uomini impiegati nella coltivazione e nella raccolta dei prodotti ortofrutticoli.

Fondamentale per la sua esperienza è stata la convivenza con i braccianti per un anno e mezzo. «Prima di iniziare a lavorare come bracciante, strinsi amicizia con ogni singolo membro della comunità, compresi i minori, le donne e gli anziani. Dopodiché, giunse il momento di infiltrarmi dietro le quinte di questo sistema apparentemente pacifico. Iniziai il 3 luglio 2010».

Per circa tre mesi dell’estate del 2010, Omizzolo lavorò come bracciante agricolo insieme ai compagni indiani, alle dipendenze di diversi padroni italiani, reclutato da caporali indiani, sotto la benevola disattenzione (alias, complicità) degli organi di controllo italiani. Ogni mattina, nel prefissato luogo di raduno, incontrava i braccianti, selezionati via sms o messaggio whats-app con l’indicazione di quale azienda e con quale retribuzione avrebbero lavorato. Quindi si partiva in bicicletta e si percorrevano tra i 20 e i 30 chilometri.

Il caporale idealtipico pontino, nelle ingannevoli mansioni di benefattore, è precisamente descritto, in base all’esemplare esperienza di un bracciante: entra clandestinamente in Italia, grazie a un connazionale, al prezzo di 12.000,00 euro (pagato con le misere retribuzioni); viene inserito nel mercato del lavoro nero previo pagamento di altri 1.000 euro. Il contratto è sottoscritto solo formalmente e si registra solo una parte delle ventisei giornate lavorative. Il risultato finale è una busta paga mensile di circa 400,00 euro al mese a cui viene aggiunta una parte dei 400,00 euro, consegnati in nero  dal padrone direttamente al caporale. L’Autore, con la sua esperienza, è in grado di descrivere la complicità dell’ambiente sociale ed istituzionale, di raccontare decine di storie di questi esosi e cinici assistenti sociali, considerati  amici degli indiani sfruttati che offrono in dote  al padrone braccia da sfruttare e schiene da piegare. Ha acquisito sapere anche su vicende «di avvocati doppiogiochisti, di commercialisti che tutelano gli interessi del padrone o di sedicenti sindacalisti che si proclamano rivoluzionari e che cercano parallelamente convenienze varie, manipolatori per professione».

Lo stile di questi principi del Foro si manifesta specialmente nel campo degli infortuni sul lavoro: il bracciante infortunato o un familiare del defunto firmano una procura per il procedimento diretto al risarcimento del danno, il cui ammontare viene poi versato agli interessati nella misura del 20%.

Nell’esperienza dell’infiltrato Omizzolo prende cupa evidenza un particolare strumento di sofferenza e di pericolo per l’incolumità dei lavoratori: il furgoncino aziendale, che, al prezzo di 3,00 euro, trasporta i braccianti ai campi tanto lontani da non poter essere raggiunti in bicicletta. Il traballante veicolo, non essendo fabbricato per il trasporto di persone, per prassi è munito di panche in plastica, legate alle fiancate con filo di ferro. Tra i passeggeri (fino a quindici), solo i primi possono sedersi, gli altri viaggiano in piedi. Il suo allarme  era ben giustificato dalle decine di braccianti  morti in incidenti stradali in tutta Italia, in queste “trappole a quattro ruote”. Elenca inoltre alcune di queste stragi annunciate e impunite: «Mi sono sempre domandato perché sembrava che li vedessi solo io, Dove sono le istituzioni?  E le forze dell’ordine? E gli ispettori delle Asl, dell’ispettorato del Lavoro? ».

Particolarmente  traumatici sono gli incontri con  il prefetto di Latina, organo territoriale del potere esecutivo dello Stato italiano. Questa è la sua esperienza vissuta in occasione della esposizione del  potere delle organizzazioni criminali nello sfruttamento degli immigrati dall’India. «Era la prima volta che presentavo i risultati parziali della mia ricerca a un rappresentante istituzionale…La risposta che ci venne data fu allucinante: “Gli indiani noi li vediamo solo nei film di John Wayne”. Un modo sprezzante per dirci che del tema non voleva o non poteva interessarsi. Forse perché sapeva, già da molto tempo prima di noi, che seguire questa strada avrebbe significato penetrare nel cuore di un sistema economico e politico molto pericoloso, fatto di politici potentissimi, mafiosi, padroni di aziende agricole che ogni anno fatturano milioni di euro e finanziano le campagne elettorali di coloro che garantiscono loro coperture, finanziamenti europei e la necessaria omertà istituzionale».

L’insuccesso del primo incontro con  il prefetto non impedisce al sociologo di partecipare a momenti di schiarita, quali la gioia e la commozione che pervasero gli appassionati organizzatori dello sciopero dei braccianti della provincia, l’entusiasta e speranzosa partecipazione, il 18 aprile 2016, l’adunanza festosa in piazza della Libertà, dinanzi al palazzo della prefettura,  di migliaia di indiani, con il cappello rosso e con le bandiere rosse della Flai CGIL.

I manifestanti chiesero, pacificamente e con orgoglio, migliori condizioni di lavoro, il rispetto del contratto collettivo, la fine del caporalato, l’emersione dalla solitudine del clandestino e la sua umanizzazione, controlli nei luoghi di lavoro.

Omizzolo, pronunciato il saggio e accorato discorso e, firmato il documento predisposto dal sindacato, affrontò “un capitolo molto triste di quella vicenda”: un nuovo incontro con il  rappresentante del governo. Quindici persone, in rappresentanza di  varie organizzazioni interessate alla tutela dei lavoratori, furono ricevute dal prefetto e ciascuno ottenne  due-tre minuti per dire il proprio nome, l’appartenenza associativa, le considerazioni e le richieste da sottoporre all’ufficio. Fatte le presentazioni, il prefetto scoprì le carte del suo piano  di controllo e di tutela della legalità: «Cari signori, questa prefettura, finché ne sarò responsabile, non trascurerà alcuna situazione di sfruttamento e non tollererà alcuna illegalità. Perché ciò possa accadere è però necessario che i cittadini ci informino, presentino denunce, istanze, si confidino con noi. Noi raccoglieremo quelle segnalazioni e faremo seguire indagini accuratissime…Vi voglio far presente che, proprio per questo, quanto è stato da voi organizzato oggi, in questa piazza, per me non ha alcun valore. E sapete perché? Perché questi signori che stanno manifestando in piazza della Libertà…non hanno mai presentato a questi uffici alcuna denuncia. Dunque per me tutto questo non ha senso, non esiste ed è come se non fosse mai accaduto. Chiaro? ».

Gli organizzatori della manifestazione di speranza e di fiducia per le istituzione traggono  amaramente e ironicamente questa conclusione: «Eravamo passati dal “noi gli indiani li vediamo solo nei film di John Wayne” al “vogliamo che gli indiani che ora vediamo in piazza facciano denunce precise, altrimenti possono tornare a fare i film di John Wayne”. Restammo impietriti e certo i commenti non furono benevoli nei confronti di quella tesi».

Se ci facciamo illuminare dalla Costituzione è difficile credere che esista  una precisa scelta dello Stato italiano di ignorare la palese e notoria consumazione del delitto di sfruttamento, nonché di omettere di organizzare le dovute indagini – a prescindere dalla chiarezza e completezza della denuncia – per portare dinanzi alla giustizia gli autori di un delitto che, nella ipotesi lieve, è punito con la reclusione da uno a sei anni (art. 603 bis c.p.) e, nell’ipotesi ordinaria, è punito con la reclusione da otto a venti anni, oltre che con severe sanzioni pecuniarie e accessorie (art. 600 c.p.). Ricordiamo questi reati senza trascurare l’enciclopedia del diritto penale che si vive nella quotidianità dei lavoratori dipendenti (estorsione, violenza privata, atti persecutori, violenza sessuale, maltrattamenti, diffamazione e, last but not least, epidemia colposa).

D’altro canto, l’opera di ricerca e di denuncia di Omizzolo dimostra che la rivendicazione di  benessere  morale e materiale, avanzata dai braccianti  il 18 aprile 2016 e in tutte le antecedenti e successive occasioni, non cade  in un deserto di silenzio, in un vuoto di sapere. Sono ricorrenti le inchieste giornalistiche, i dati statistici, i saggi economici, le sentenze italiane ed europee che – al di là di singoli eventi – tracciano un quadro completo del ritorno, nei cosiddetti Paesi civili, allo sfruttamento, che era riservato fino a tutto l’Ottocento ai servi della gleba.

Questo sapere mondiale ha trovato integrazione, attualizzazione, localizzazione grazie al libro in esame, il cui autore ci ha indicato in quali comuni, in quali aziende, in quali uffici ci siano tracce innegabili, indiscutibili, lampanti di schiavismo e di impunità. L’autore ci ha descritto l’illegalità di massa, difficilmente celabile al diligente controllo dello Stato: ha vissuto e ha narrato l’ampia dimensione dei disumani ritmi lavorativi nei campi di Sabaudia, Terracina, San Felice Circeo, Latina, Fondi, senza poter annotare alcun tipo di vigilanza dello Stato democratico e degli enti territoriali. Si è soffermato sulla condizione delle donne che in gruppo narravano le loro vicende: obbligate a salire sull’auto del padrone e trascorrere un’ora in qualche stradina di campagna, per ottenere il rinnovo del contratto. «Per chi si rifiutava c’era l’ignominia pubblica e il licenziamento o l’allontanamento dall’azienda. In caso di rifiuto, il caporale indiano avrebbe diffuso tra la comunità la notizia della “felice” frequentazione di quella donna indiana con il suo padrone italiano in cambio di soldi o favori vari, o almeno minacciava di farlo. Insomma, se ti rifiuti, letteralmente ti “sputtanano”. Una sorte di stigma al contrario, che ovviamente coinvolgeva la ragazza, la sua famiglia e, se madre, anche i figli».  L’indifferenza sociale e istituzionale rende impossibile  la protezione dello Stato e determina nell’autore rabbia e vergogna  per associazioni e partiti che millantano grande impegno, ma che non hanno  capacità e volontà di investire forze fisiche e risorse finanziarie contro le violenze fisiche e morali.

In conclusione, nonostante l’impegno delle avanguardie sindacali, ci avviciniamo sempre di più al mercato del lavoro popolato, in tutti i settori, da prestatori d’opera a forte limitazione di libertà di autodeterminazione, non più separati dalla disuguaglianza tra autoctoni e immigrati, ma accomunati dalla nuova cultura dell’uguaglianza nel lavoro servile.

La moderna riduzione in servitù non è fatta di lavoro forzato di donne e uomini reificati e pudicamente celati nelle piantagioni del Meridione globale, ma è pubblicamente e palesemente vissuta da persone dalla volontà non cancellata (come gli schiavi di un tempo), ma profondamente ferita, da persone aggrappate a un lavoro sempre più disagiato, sottopagato, pericoloso. I soggetti passivi di questa illegalità diffusa sono i milioni di esseri umani, ridotti in servitù, sottoposti, senza possibilità di alternative, alla disciplina dei contratti a termine, delle collaborazioni continuative, del lavoro intermittente, del lavoro sommerso, accomunati da illegali condizioni degradanti.

Nell’archivio storico della magistratura di merito e di legittimità possiamo trovare, da molti decenni, dati sul disumano trattamento riservato a questa debole categoria di lavoratori ridotti in servitù e alle loro famiglie, la cui endogena vulnerabilità li espone al programmato sfruttamento da parte degli imprenditori privati, rafforzato dal carente intervento dei competenti uffici di controllo e di dissuasiva punizione.

Naturalmente nel programmare il ribaltamento del rapporto legalità ed illegalità  non è ipotizzabile trincerarsi solo dietro norme e sentenze di diritto penale – in gran parte obliate e disattese – per recuperare l’equilibrio nel conflitto di classe.

Gli accertamenti su comportamenti illeciti, spinti fino a incivili e disumani livelli distruttivi dei massimi valori della Carta Costituzionale, svolgeranno comunque – a prescindere dall’esecuzione di condanne esemplari – un’affidabile funzione certificativa delle vittime e un’indispensabile funzione didascalica per le future generazioni. Rimarrà negli archivi dello Stato e sarà studiata dagli economisti e dai criminologi la figura del tipico lavoratore servile, alias in condizione analoga alla schiavitù (flessibile nella durata, nelle mansioni, nella retribuzione; sottoposto a controlli pressanti e umilianti, costretto in ambienti nocivi e mortali). Una figura di gregario modulata dal contro potere dello sfruttatore, e dal sottomesso potere degli attuali organi dello Stato.

L’unica risposta sovversiva all’ordine mercantile, rimane la storiografia giudiziaria integrata dalle iniziative di ricerca e documentazione pari alla mirabile opera di Omizzolo.

Giuristi, sociologi, sindacalisti possono inoltre scrivere un manuale di difesa contro lo sfruttamento e possono  diffondere, delucidare, commentare con i diretti interessati l’universale linguaggio dell’immenso popolo del Sud.

L’impegno di Omizzolo e di personaggi del suo stampo può seminare la verità, rendere tutti  edotti della superabilità dello  sfruttamento e della disponibilità di strumenti culturali, giuridici, politici per la sua soppressione.

Per il momento, leggete e diffondete Sotto padrone.