Per una vera svolta nelle politiche migratorie

di Antonio Cavaliere

Ancora una volta si ripropone il dramma dei migranti morti o esposti a gravi sofferenze e pericolo di vita durante viaggi della speranza nel Mediterraneo. Davanti all’ennesima tragedia, il Governo minaccia pene più dure per gli scafisti, ricorre al potenziamento dei centri di ‘detenzione amministrativa’ e promette un aumento dei flussi migratori consentiti. 

L’inasprimento sanzionatorio, attraverso l’introduzione di ipotesi di reato più gravi, nei confronti del favoreggiamento dell’immigrazione irregolare appare sproporzionato e, peraltro, rischia di rimanere sulla carta, in particolare per la sua problematica applicazione effettiva a condotte realizzate in acque internazionali o addirittura nei Paesi di imbarco: norme rivolte ad estendere la giurisdizione italiana presentano, infatti, un’elevata probabilità di ridursi a vuoti proclami. Si assiste, ancora una volta, ad un uso simbolico del diritto penale, a costo zero ma ad alta redditività mediatica: l’opinione pubblica è giustamente ed unanimemente indignata verso gli scafisti, e dunque chi mostra il ‘pugno duro’ mira ad incassare consensi. Ma si tratta di un inganno nei confronti della popolazione, perché un tale strumento, purtroppo, non fermerà né ridurrà i viaggi sui barconi, le sofferenze, i pericoli e le morti di migranti. 

E questo perché c’è una forte domanda di migrare. Si migra per fuggire dalle guerre e da regimi autoritari; si migra per fuggire dalla miseria e dalle carestie. È indegno affermare che la colpa sia anche dei genitori che espongono i figli a pericolo sui barconi: quei genitori si trovano in uno stato di necessità e disperazione da cui sono costretti a fuggire, a costo di rischiare la vita propria e dei parenti più cari. E non fa differenza che un migrante scappi per motivi politici o economici: in entrambi i casi, vuole sopravvivere o assicurarsi la soddisfazione di bisogni fondamentali. Oltretutto, non di rado si tratta di ragioni collegate, che si rafforzano a vicenda, come in quei Paesi i cui governi reprimono in modo autoritario proteste dovute alla miseria. 

Il bisogno di migrare non lo fermeranno le minacce di pene severe per gli scafisti. Questi ultimi si faranno solo più accorti, affideranno alle onde i barconi mettendo alla guida qualche poveraccio inesperto, come talvolta già avviene, oppure si libereranno del ‘carico’ buttando in mare persone che non sanno nuotare per fuggire prima – quindi, paradossalmente gli inasprimenti rischiano di cagionare più morti in mare! -; magari alzeranno ancora il prezzo sul mercato illegale della migrazione. Quanto ai Paesi di imbarco, è ridicolo pensare che la giurisdizione italiana possa affermarsi in territori in cui, se c’è la volontà politica, gli scafisti possono già essere perseguiti secondo le severe pene ivi previste; e, se non c’è, le autorità straniere non collaboreranno con quelle italiane. In entrambi i casi, continuerà probabilmente ad imperversare la corruzione politico-amministrativa, che consente agli scafisti di organizzare partenze illegali lucrando sulla pelle dei migranti.

Il ricorso al diritto penale serve solo a distogliere l’opinione pubblica dall’attenzione circa le cause principali delle recenti, ennesime tragedie in mare. Anziché mostrare il pugno duro, il Governo avrebbe dovuto infatti riconoscere un errore ed un vuoto fatale, che ha colpevolmente contribuito a determinare. Quando delle vite umane, su un barcone più o meno fatiscente e sovraccarico, sono in pericolo, anche in acque internazionali, e quando lo si sa bene perché avviene ormai da lustri, bisogna presidiare bene il mare, per essere in condizione di prestare soccorsi prima che sia troppo tardi. L’operazione europea Mare nostrum, anni fa, salvava vite: è stata smantellata. Le navi delle organizzazioni umanitarie non governative, le cosiddette ONG, sono navi di soccorso: ostacolare quei soccorsi, trattando le ONG alla stregua di favoreggiatori dell’immigrazione irregolare e, quindi, delinquenti e, di conseguenza, portandole a processo e sequestrandone le navi, significa aumentare il rischio di morti in mare per la mancanza di quelle navi. Introdurre una disciplina dell’operato delle navi umanitarie, obbligandole a trasportare le persone soccorse e farle sbarcare non nel porto sicuro più vicino – come impone il diritto internazionale, consuetudinario e pattizio – ma a centinaia di miglia di distanza, significa ostacolare i soccorsi, allontanando i soccorritori: si tratta di un sistema tanto surreale da sembrare fatto apposta! È come se, poniamo, vicino a Catania si verificasse un’eruzione o un’alluvione che mette in pericolo la vita di molte persone, e ai soccorritori si intimasse di trasportare gli sfollati e le vittime, magari in pericolo di vita, all’ospedale di Bari, motivando la scelta con il fatto che a Bari ci sono più posti e non ci sono vulcani: ma così alcune persone soccorse rischiano di morire, i soccorritori sono sottoposti a viaggi grottescamente estenuanti ed inutili e a costi alla lunga insostenibili, ed intanto i luoghi in cui, secondo l’esperienza, si sa che c’è bisogno della presenza di soccorritori pronti ad intervenire rimangono drammaticamente sguarniti. Se nel mare Ionio ci fossero state navi dello Stato italiano o europee o delle ONG, i migranti sul barcone naufragato a Cutro sarebbero stati soccorsi prima che diventasse imminente il pericolo di vita; sarebbero vivi! Si tratta di una tragedia annunciata: regolando in quel modo le operazioni di soccorso, fin dal principio c’era da aspettarsi che ci sarebbero scappati i morti. 

La prima cosa da fare in tema di immigrazione – anziché agitare simbolicamente la preistorica clava penale – è, dunque, ripristinare operazioni istituzionali di soccorso come Mare nostrum e smetterla di ostacolare o addirittura criminalizzare le ONG soccorritrici. È falso che la loro presenza costituisca un incentivo, un pull factor per i viaggi dei migranti o per gli scafisti: da quando le ONG vengono ostacolate, le traversate sono manifestamente aumentate! 

Bisognerà poi affrontare seriamente le cause del fenomeno migratorio. Ciò richiede, innanzitutto, una radicale svolta delle politiche economiche e sociali europee verso gli Stati di provenienza dei migranti. Anziché scegliere prioritariamente di pagare quegli Stati e quelli di transito e di imbarco per fermare ad ogni costo – anche con la violenza e con l’internamento in lager – ciò che non si può fermare, ossia i viaggi della speranza, bisogna prioritariamente investire sullo sviluppo economico dei Paesi di provenienza, sull’equa distribuzione delle risorse alle popolazioni coinvolte e sulla tutela dei loro diritti umani da Governi autoritari. Solo così si renderà possibile ai migranti ciò che fin dal principio desidererebbero: vivere dignitosamente nel proprio Paese, perché nessuno migra per il piacere di esporsi a sofferenze e pericoli di vita. Ma ciò significherebbe, oltre che investire nei necessari aiuti, rinunciare a quelle politiche estrattive con cui, tra gli altri, anche gli Stati europei si appropriano a vil prezzo delle risorse, ad esempio minerarie, petrolifere, agricole, dei Paesi di origine; e rinunciare a vendere armi a quegli Stati di provenienza, specialmente quando si tratta di regimi autoritari (!), fomentando così conflitti civili e guerre. Si sa, ad esempio, che Francia ed Italia figurano, dopo USA, Russia e Cina, tra i primi cinque Stati che vendono armi ai Paesi africani e non solo.

Quanto, poi, alla disciplina italiana dell’immigrazione, bisogna riformarla radicalmente: abolire il reato di immigrazione irregolare, che non serve assolutamente ad alcunché, se non ad aumentare il già pesante carico di procedimenti penali che grava sull’amministrazione della giustizia; e soprattutto rivedere la normativa amministrativa rendendo più agevole l’accesso e il soggiorno regolare, in particolare prevedendo permessi di soggiorno per la ricerca di lavoro e reintroducendo il sistema degli sponsor, superando così il surreale principio dell’incontro planetario tra domanda ed offerta sancito dalla legge Bossi-Fini, per cui un datore di lavoro dovrebbe assumere direttamente in Nigeria o in Afghanistan un lavoratore che non ha mai visto. La normativa attualmente vigente, in effetti, è allo stesso tempo inefficiente, ipocrita e disumana: nel nostro Paese vi sono oltre mezzo milione di immigrati irregolari, che non si possono realisticamente espellere, e non è detto che si tratti di un obiettivo auspicabile, laddove si tratta di semplici, poveri irregolari che si potrebbero semplicemente regolarizzare. Alcuni di loro sono chiusi in centri di permanenza per il rimpatrio che sono, sostanzialmente, carceri in cui gli ‘ospiti’ sono indegnamente ingabbiati come bestie feroci. Gli irregolari liberi sono invece condannati, proprio a causa dell’irregolarità, a vivere in un limbo, senza poter avere un tetto – perché è reato darglielo! – né un lavoro regolare – perché è reato darglielo! -; l’unica cosa che possono fare è lasciarsi sfruttare in nero nell’agricoltura, nell’edilizia, nei ristoranti e nelle nostre case di italiani perbene. Oppure, fare la fame chiedendo l’elemosina davanti ai supermercati. O, ancor peggio, intraprendere carriere microcriminali e/o farsi usare come bassa manovalanza dalle organizzazioni criminali, e finire per riempire le carceri, anche perché verso di essi si dirige l’attenzione ‘privilegiata’, selettiva del potere punitivo: gli stranieri rappresentano circa un terzo della popolazione detenuta, e spesso sono lì per piccolo spaccio, oltre che per furterelli e scippi. 

Bisogna regolarizzare ed integrare gli immigrati, anzitutto perché sono esseri umani come noi e devono poter avere un tetto e poter lavorare regolarmente, e non essere abbandonati o sfruttati; ma anche perché ogni immigrato regolare può contribuire al sistema socioeconomico legale del Paese, come dimostra il fatto che, se oggi gli immigrati regolari nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi, comprese le nostre case, incrociassero le braccia o “tornassero a casa loro”, l’Italia si fermerebbe e non sapremmo come fare senza di loro.