In morte di un senzatetto

di Antonio Cavaliere

 

Fermiamoci, vi prego, a riflettere sull’uccisione a suon di botte di quel povero senzatetto extracomunitario per mano di due ragazzini a Pomigliano. Comincio dalla vittima. Era una persona sottoposta ad un duplice o triplice stigma: in quanto ‘barbone’ e in quanto extracomunitario, in particolare nero. Già la condizione di senzatetto, a prescindere dalla nazionalità – tanti italiani vi precipitano – è stato di abbandono, umiliazione ed esposizione a pericoli. Se avessimo occhi per guardare le persone con un’attenzione e un’empatia anche meno vigile di quella che rivolgiamo inebetiti al nostro smartphone, noteremmo sicuramente, lì sul marciapiede, qualche senzatetto con segni di violenza sul viso o sul corpo. Perché credete che un senzatetto vada a dormire in un luogo illuminato e centrale – come una galleria o una stazione – o accampato con altri, se non per difendersi dalla violenza? Noi tutti abbiamo dei doveri di solidarietà sociale, imposti dall’art.2 della nostra Costituzione antifascista; e per l’art.3 comma 2 è fondamentale “compito della Repubblica” rimuovere gli ostacoli all’eguaglianza di fatto. Chi si indigna per la morte di Frederick e non si indigna perché abbiamo circa 2000 senzatetto a Napoli che rischiano di fare la stessa fine ogni giorno, è un ipocrita. Occorre che le istituzioni pubbliche si impegnino di più per dare un tetto, un’assistenza sociale e/o psicologica ed opportunità di riscatto a chi non ce l’ha. E questo anche nei centri piccoli: anzi, il modello dovrebbe essere proprio quello dell’integrazione sociale diffusa, smantellato da chi vede nei diseredati della Terra solo ‘invasori’ o nemici.

La vittima era extracomunitaria, per giunta di colore nero. Sotto questo profilo, sono indirettamente responsabili della violenza xenofoba coloro, fra noi, che non vogliono capire che chi migra lo fa per bisogno; e, quando si tratta di migrazioni da Paesi devastati da guerre o dalla mancanza persino di cibo ed acqua, è un intollerabile segno della nostra inciviltà erigere muri o barriere di filo spinato, chiudere porti o omettere soccorsi lasciando morire in mare centinaia di persone tragicamente meno fortunate di noi. Frederick aveva avuto un permesso di soggiorno, ma gli era scaduto, e così era diventato un irregolare, ed era finito nel limbo in cui vivono in Italia oltre 500.000 irregolari: abbandonati, esposti allo sfruttamento di schiavisti italiani oppure ‘solo’ ad un lavoro nero senza diritti, nell’agricoltura o nell’edilizia o, peggio, nello spaccio. Ebbene, bisogna cambiare la normativa in materia di immigrazione. In particolare, rendere possibile ad un extracomunitario ottenere un permesso per venire a cercare lavoro – oggi non può, dovrebbe farsi assumere dall’Africa da chi non lo ha mai visto in faccia! –; rendere meno rigida la scadenza dei permessi, per evitare la frequente perdita della condizione di regolarità e la discesa negli Inferi di chi aveva dimostrato invece di volersi integrare. Occorre, in altri termini, rendere più facile vivere in Italia da immigrato regolare: è questione di umanità e di necessità – perché le migrazioni dipendono da fattori ineluttabili – ma anche di benefici per il nostro Paese, a fronte del calo demografico e della necessità di forza-lavoro regolare. Si dirà che non possiamo accoglierli tutti: ma i numeri dicono che l’Europa è abbastanza grande per accogliere proprio tutti quelli che vengono e pure di più. E, comunque, aiutiamoli pure nei Paesi di origine, ma veramente e non solo a parole, portando loro sviluppo ed infrastrutture elementari che mancano, come quelle idriche ed igieniche! Prendiamo accordi di cooperazione che non servano a vendere i nostri prodotti e ad ottenere rimpatri forzati, ma allo sviluppo economico-sociale autonomo di quei Paesi, e che includano clausole di equa distribuzione dei benefici alla popolazione. Non si aiutano i migranti ergendo muri o pagando i Paesi di transito perché li ricaccino indietro o li rinchiudano in qualche lager.

Infine, guardiamo ai due ragazzini. Hanno distrutto una vita, ma anche rovinato la propria. Perderanno per anni la libertà personale per aver commesso il più grave dei reati contro un povero emarginato. Da dove viene tanta barbara violenza dei ragazzini? La violenza si apprende. È questione di pedagogia… parola di cui gli antichi greci, più di noi a giudicare dai fatti, conoscevano l’importanza, fin dall’età precoce. Bisogna prendersi cura di bambini e adolescenti. Per i nostri bimbi non ci sono nidi: e rischiamo di perdere fondi PNRR di vitale importanza. Bisogna investire in risorse per formare ed assumere un numero adeguato di psicologi e assistenti sociali – gravemente carenti specie in territori disagiati – per aiutare i bambini di famiglie problematiche: anche avvertendo i genitori dei rischi legati all’abbandono dei figli a sé stessi e ai loro dispositivi elettronici. Occorre, infatti, pure un intervento normativo sul mercato dell’intrattenimento, a tutela di bambini ed adolescenti, attualmente esposti ad un bombardamento mediatico di rappresentazioni di modelli di condotta violenti – anche autolesivi -, tra videogiochi ‘ammazzatutti’ e sfide sui ‘social’, termine terribilmente mistificatorio. Bisogna, inoltre, investire di più sull’educazione civica dentro e fuori le scuole, anche con la collaborazione dell’associazionismo solidaristico. Ci sono tanti giovani che portano cibo, aiuti e sorrisi ai senzatetto; forse portare con sé anche quei due ragazzini di Pomigliano, a tarda sera, nei luoghi della città dolente della miseria, far provare loro l’emozione di donare un panino o un abito pulito ad una persona bisognosa, avrebbe potuto cambiare loro la vita, giusto in tempo perché non la togliessero ad altri. Ma i sentimenti altruistici vanno coltivati dai primi anni di età; e una società dominata dall’egoismo neoliberista dovrebbe prima di tutto liberarsi da tale egemonia inculturale, per poter educare qualcuno.