L’INQUISIZIONE NELL’ITALIA DELL’EMERGENZA: IL PROCESSO 7 APRILE E IL PROCESSO CONTRO SOFRI, BOMPRESSI E PIETROSTEFANI

di Luigi Ferrajoli

 

Sommario: 1. Epistemologia accusatoria ed epistemologia inquisitoria. – 2. Il processo ‘7 aprile’. – 3. Il processo contro Sofri, Pietrostefani, Bompressi.

1. Epistemologia accusatoria ed epistemologia inquisitoria

La morte di Toni Negri non ha impedito a gran parte della nostra stampa di proseguire nella diffamazione della sua figura quale sospetto capo delle Brigate rosse e responsabile dell’assassinio di Aldo Modo, secondo quanto ipotizzarono le originarie imputazioni mossegli il 7 aprile del 1979 e miseramente crollate nel corso del processo. È perciò doveroso ricordare con esattezza questa pagina oscura della nostra storia giudiziaria. È una pagina che conviene ricordare insieme a un’altra pagina penosa della giurisdizione dell’emergenza: il processo di dieci anni dopo contro Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi. I due processi sono infatti accomunati da una medesima logica inquisitoria: la petizione di principio in forza della quale, assunte le ipotesi accusatorie come postulati, le condanne ne derivano come teoremi.

Nella storia del processo penale siamo soliti identificare l’età dell’inquisizione con l’età premoderna: precisamente, con un’epoca che va, grosso modo, dal secolo XIII – cui risalgono le Costituzioni di Federico II, le decretali De accusationibus e De judicis di Innocenzo III e la bolla Ad extirpanda di Innocenzo IV– fino al XVIII secolo. L’inquisizione tuttavia sopravvive nell’età moderna in forme diverse e ancor più insidiose e perverse. Sopravvive, precisamente, come un’epistemologia di tipo deduttivista, quale è quella esibita, in maniera esemplare, dai due casi clinici di giurisdizione politica ora ricordati. Processo accusatorio e processo inquisitorio si distinguono anzitutto per le due opposte epistemologie che sono alle loro spalle.

Continua la lettura sul n. 1 del 2024.