L’altra bilancia: sensibilità, diritto e mandato fraterno
di Alejandro W. Slokar*
Papa Francesco si rivolse con una lettera ai penalisti, con un forte appello etico e politico: fermare la logica punitiva, dare priorità alla dignità umana e combattere la “cultura dello scarto”. Denunciò prassi penalistiche abusive come la carcerazione preventiva arbitraria, la criminalizzazione della protesta e il sovraffollamento delle carceri.
Nell’architettura dei gesti che lasciano il segno, ci sono occasioni in cui una lettera risulta più eloquente di un trattato. È il caso del messaggio del Santo Padre all’Associazione argentina dei professori di diritto penale di due anni fa. Quella missiva non rappresentò una mera formalità epistolare, ma una vera e propria esortazione morale: un vibrante appello alla coscienza di coloro che condividono la vocazione alla giustizia e un impegno incrollabile per la dignità umana. Nelle sue righe si intrecciavano non solo parole di gratitudine, ma anche moniti, aneliti e principi che, oggi più che mai, conservano una luminosa e stimolante validità.
In uno dei passaggi più significativi di quella nota, ci avvertiva della fortissima responsabilità che grava sulle nostre spalle. Un fardello che coinvolge ugualmente l’Accademia e la Magistratura. Sottolineava, con chiarezza pastorale, che questo compito richiede non solo una solida preparazione tecnica, ma, soprattutto, un’ardente passione per la giustizia e una piena consapevolezza del dovere morale che ci viene affidato.
Ci esortava anche a guardare prima all’ingiustizia che alla giustizia stessa, come modo per accostarci alla sofferenza di coloro che sono immersi nel conflitto criminale, e quindi a cercare soluzioni che non acuiscano né l’esclusione, né la criminalità all’interno del sistema.
Allo stesso modo, ci mise in guardia da alcune derive verso cui il diritto penale contemporaneo si va orientando. Si era già espresso in tal senso anni prima, nel suo discorso ai partecipanti al Congresso dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, tenutosi a Roma nel 2014. In quell’occasione aveva sostenuto che il diritto penale non era stato in grado di proteggersi dalle minacce che, come ombre persistenti, incombono sulle democrazie del nostro tempo. E da tale considerazione era scaturito il suo pressante appello a contrastare l’irrazionalità punitiva.
Egli osservava, con lucida preoccupazione, aspetti allarmanti dei sistemi penali della regione, e del nostro Paese in particolare. Sottolineava, tra l’altro, l’uso arbitrario della carcera0zione preventiva, l’imposizione dell’ergastolo, l’incarcerazione di massa, il sovraffollamento penitenziario, le pratiche di tortura nelle prigioni e il ripetersi di abusi ed arbitri da parte delle forze di sicurezza.
Non meno enfatica fu la sua critica – molto concreta e coraggiosa – verso la criminalizzazione della protesta sociale, un fenomeno che così spesso implica un’intollerabile compromissione delle più elementari garanzie sancite dalle nostre leggi.
Tutto questo fa indubbiamente parte del magistero di Francesco, nella sua dimensione più genuinamente apostolica. Un magistero incarnato da un gigante dello spirito. Risulta, invero, sorprendente – anche se profondamente rivelatore – che un Pontefice abbia dedicato tanta attenzione alle questioni penali. Ma questa attenzione risponde a una logica perfettamente coerente: la volontà di combattere quella che lui stesso ha definito la “cultura dello scarto”, quella forma contemporanea di esclusione che trasforma i vulnerabili in umanità in eccesso.
Francesco delineò così un vero e proprio programma etico di fronte alla crisi globale del nostro tempo. Esplorò i percorsi per interpellare le società segnate dalla disuguaglianza strutturale, mettendosi sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi. Il suo sguardo si diresse, senza deviazioni, verso coloro che sono colpiti e violentati dal sistema della giustizia penale, e verso la necessità di tracciare limiti precisi, fermi e ineludibili.
In particolare, ha sostenuto la riduzione dell’arbitrio e della severità nell’inflizione delle pene, con particolare attenzione all’abolizione della pena di morte e ad una profonda revisione del sistema carcerario.
A corollario di questo impegno incrollabile, appena 48 ore prima della sua morte – un venerdì, simbolo del sacrificio redentivo –, con un atto di infinita misericordia e profonda spiritualità, tornò a lavara i piedi a un detenuto. Con questo gesto, assunse una posizione che, più che religiosa, assurge al rango di affermazione filosofico-giuridica. Un paradigma politico e sociale che interpella, con forza decisiva, il nostro tempo.
Ma, se devo scegliere, porto con me il gesto inaugurale del suo papato, ancor più dell’ultimo. Perché che cosa fece Francesco all’inizio della sua missione? Si lasciò alle spalle i marmi eterni di Roma per camminare, nel 2013, sulla sabbia dell’isola di Lampedusa, la soglia occidentale del Mediterraneo. Lì, dove riposano i corpi di migliaia di migranti inghiottiti dalle acque, levò la sua voce ed esclamò: «Risvegliate le vostre coscienze! Questo non può ripetersi».
Da allora, la teologia da lui incarnata si trasformò in una perpetua ricerca del Cristo dolente, quello che si manifesta dietro ogni migrante, ogni prigioniero, ogni diseredato.
Questa è senza dubbio l’eredità più alta che possiamo recuperare e innalzare come vessillo. Perché da ieri – e per sempre – ognuno di noi, indipendentemente dal credo che professa, è chiamato a essere un Francesco. Per riscoprire l’umanità così spesso perduta. Per costruire un mondo più fraterno, senza odio, dove la dignità e l’autorità giusta siano i pilastri di una convivenza autenticamente pacifica.
*Professore ordinario di Diritto penale nell’Università di Buenos Aires e nell’Università di La Plata
già Presidente dell’Associazione argentina dei professori di diritto penale
Giudice della Cámara federal de Casación penal

