Fascismo e magistratura
Nonostante la fine del regime fascista, sono sopravvissute associazioni politiche che, come Forza Nuova, si ispirano a questa ideologia e che pretendono di tutelare giuridicamente la propria identità. Il diritto alla identità personale (il diritto a che non siano alterati i propri connotati politici e culturali) non ha una diretta tutela sul piano penale se non in caso di una violazione che si riverbera negativamente sulla reputazione. E’ stato il caso degli aderenti a Forza Nuova (associazione di ispirazione fascista), che, classificati come “nazifascisti” “neonazisti”, hanno ritenuto di essere stati diffamati, in quanto implicitamente indicati come corresponsabili nei crimini contro l’umanità commessi dal nazismo e, in particolare, come correi nella persecuzione contro gli Ebrei. Hanno quindi presentato querela per diffamazione, rivendicando la differenza tra fascismo e il nazismo. Il nazifascismo era stato, a tutto concedere, un’alleanza militare.
Il processo si è concluso con la sentenza 8 gennaio 2010 di assoluzione del cittadino che aveva espresso questa offensiva identificazione fascismo/nazismo in quanto è stata ritenuta fondata su una storica verità. La Corte di cassazione, venendo al punto centrale della doglianza della parte civile (diffamazione per aver negato la diversità fascismo/nazismo e per aver conseguentemente attribuito all’associazione Forza Nuova il concorso nelle scelte razziste del nazismo),ha richiamato , a sostegno dell’inesistenza di questa specifica diversità, la storiografia ufficiale: è incontestabile che la politica dell’antisemitismo fu introdotto nella strategia del regime fascista, nel momento in cui il governo decise che, per rendere più forte l’alleanza italo-tedesca, era necessario eliminare ogni contrasto con la Germania. L’antisemitismo aveva un posto troppo determinante nell’ideologia nazista e un alleato, se voleva essere considerato tale, doveva ad esso adeguarsi sotto il profilo politico e normativo (v. ampia rievocazione dello storico Renzo De Felice).
Quanto alla fascista Repubblica di Salò – nata per volere di Hitler, dopo l’armistizio del settembre 1943, come subalterna alla Germania nazista- i repubblichini fedelmente parteciparono alle scelte dell’alleato tedesco con particolare riguardo alle azioni violente nel campo dell’antisemitismo e nello sterminio della cosiddetta Shoah. Questa, come è noto, fa parte del più vasto fenomeno dell’Olocausto, termine (dal greco holos, completo e kaustos, rogo), usato per riferirsi al genocidio compiuto dalla Germania nazista e dai suoi alleati in danno degli appartenenti a etnie ritenute inferiori e indesiderabili (omosessuali, oppositori politici, disabili, Ebrei, Rom, Sinti, Pentecostali, Testimoni di Geova).
Specificamente, La R.S.I. accentuò la politica antisemitista:
il manifesto programmatico, redatto da Mussolini, in collaborazione di Bombacci e Pavolini, al punto 7 stabiliva :”Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”. In questo quadro normativo – diretta espressione dell’adeguamento del regime fascista alla politica del regime nazista – la storiografia descrive senza smentite e opinioni contrastanti la caccia all’ebreo, condotta nella R.S.I., con sistematicità tedesca e con l’ausilio italiano, costituito dagli elenchi redatti dalle questure, a partire dal 1938. In molte località, i Tedeschi condussero la caccia in prima persona, in altre si servirono dei reparti fascisti, in altre si limitarono “a prendere in consegna” gli ebrei che erano stati internati dai colleghi italiani.
E’ storia ufficialmente documentata l’attiva adesione del regime fascista italiano alla persecuzione antiebraica e alla persecuzione dei renitenti alla leva militare della Repubblica di Salò
Questi eventi , che rientrano nel comune sapere dei cittadini italiani, non possono e non devono essere disconosciuti all’interno delle aule di Giustizia dello Stato nato dalla Resistenza e regolato dalla Costituzione democratica. La conferma dell’identità fascismo/nazismo nella persecuzione antisemitista e dei dissidenti la troviamo nella raccolta fatta da Romano Canosa di sentenze, emesse dalla corte di assise straordinaria di Milano negli anni 1945-1947, in processi a carico di esponenti della Repubblica di Salò ( Le sanzioni contro il fascismo. Processi ed epurazioni a Milano negli anni 1945-’47, Mazzotta, 1978). Senza riportare tutte le sentenze pronunciate per collaborazione “col tedesco invasore”, appare utile citarne alcuni brani di particolare efficacia storica, quali la pronuncia e il dissenso popolare relativi alla decisione 15 giugno 1945 nei confronti Carlo Emanuele Basile( capo della provincia di Genova e sottosegretario alla Guerra della Rsi-), che fu giudicato con l’accusa di avere «posteriormente all’8.9.1943, mediante collaborazione col tedesco invasore, nel fare deportare in Germania operai della provincia di Genova in numero sempre maggiore….] ». Nella motivazione sono elencate le prove a suo carico, confermate dalla sua confessione di collaborazione: [«… il prevenuto ha asserito che la sua opera fu intesa a ridurre al minimo il proposito nefasto delle autorità germaniche, dacchè, non potendo evitare la deportazione, fece il possibile per ridurla ….solo o in grande prevalenza ai giovani celibi sì da evitare di privare molte famiglie del proprio padre ». Questa umana deportazione non fu apprezzata dalla corte: [«… non può dirsi che il rimedio fosse dei più efficaci. L’invio di giovani era anzi più ambìto dal governo germanico, che aveva maggiori possibilità di uso degli stessi anche a scopi militari, che non di anziani ». Nella quantificazione della pena in 20 anni di reclusione i giudici riconobbero efficacia attenuante al valoroso passato del condannato(due medaglie di bronzo e due croci di guerra al merito). Secondo l’Unità del 16.6.1946, al momento della lettura del dispositivo il pubblico di lavoratori esplose in un moto di indignazione, e di aggressività contro la corte, che si ritira velocemente. «Un gruppo di lavoratori genovesi travolge i carabinieri ed invade l’aula. Si sale sulle sedie, sui banchi, si scrive “ingiustizia” sui marmi dell’aula, si incide “ingiustizia” sulle sedie dei giurati. Con la voce rotta dal pianto un lavoratore genovese, salito sulla scrivania del presidente arringa:”Cittadini, non possiamo accettare una simile ingiustizia! Tutti al corteo, andiamo alla Camera del Lavoro !” ».
Siamo fuori tempo per partecipare a quel corteo, ma siamo ben in tempo per partecipare alle prossime celebrazioni del 25 aprile e per votare ai referendum della CGIL.

