Agosto in Puglia

Braccianti agricoli senza contratto e senza nome, caricati su trabiccoli da rottamare, sono stati protagonisti di incidenti che, nel territorio di Foggia tra il 4 e il 6 agosto, hanno causato 16 vittime.

Questo trasporto illecito di manodopera italiana e straniera disumanamente sfruttata è, da decenni, gestito nelle campagne meridionali da intermediari illegali (i c.d. caporali), per conto e nell’interesse degli imprenditori della produzione , della conservazione, della distribuzione di frutta e ortaggi.

Queste ultime tragedie di agosto sono state commentate da mezzi di informazione di diverso orientamento, che hanno proposto ai lettori illuminanti analisi di cause e rimedi, senza tralasciare una realistica rassegnazione.

“Una mattanza senza fine”: così Susanna Camusso, Segretaria Generale Cgil e Ivana Galli, Segretaria Generale Flai Cgil, hanno commentano, tramite l’Ansa, queste rituali morti estive, che cancellano dal mercato del lavoro, privo di controlli pubblici e di vigilanza dei corpi intermedi, persone tacitamente ma clamorosamente sottopagate e sottoposte a umilianti condizioni di vita (i c.d. lavoratori sommersi ).

I vertici sindacali denunciano: “La verità che sta dietro a queste stragi è che il trasporto è in mano ad un sistema di caporalato che non solo lucra sulla giornata lavorativa e sfrutta le persone, ma facendole viaggiare come merci o carne da macello ne mette a rischio la vita. Questi furgoni fatiscenti e senza autorizzazione alcuna vanno fermati per fornire un trasporto sicuro. Si poteva fare un bando per il trasporto dei lavoratori agricoli ma non è stato fatto perché le aziende non hanno fornito i dati completi per attivare lo stesso.”

Questa condivisibile accusa va precisata, nel senso che lo sfruttamento di chi lavora sottopagato e senza garanzie non è da addebitare al solo caporale, ma principalmente a chi ne trae il massimo profitto, cioè al proprietario terriero e agli imprenditori della fabbricazione e della distribuzione del prodotto finito. Sono industriali e commercianti che danno mandato ai caporali di ingaggiare manovalanza di debole potere contrattuale, nonchè di fissare orari per loro economicamente vantaggiosi, ma umanamente distruttivi per i braccianti, di organizzare condizioni lavorative pericolose, di imporre retribuzione   misera e degradante. Questa funzione del caporale di incrementare il profitto dell’impresa e di approfondire la disuguaglianza di potere negoziale e patrimoniale con i dipendenti è ben radicata, grazie anche a scelte dello Stato: è stata abolita l’esclusiva intermediazione di pubblici uffici di collocamento; è stata legittimata l’estrema flessibilità, per durata e garanzie, dei contratti di lavoro. In linea generale è stata diffusa la favola incentrata sullo slogan ‘più flessibilità = meno lavoro nero’. Come tutte le favole si è dimostrata povera di verità, specialmente nel settore agricolo, in cui vi è il massimo livello di flessibilità e precarietà e il massimo livello di lavoro nero.

Tornando alle osservazioni del sindacato, va rilevato che non a caso, sono state proprio le aziende a determinare il prudente silenzio sul proprio personale, ostacolando l’organizzazione di un trasporto umano dei dipendenti sommersi.

La Repubblica del 9 agosto 2018 segnala gli ultimi dati sullo sfruttamento: gli accordi sui contratti di lavoro agricolo prevedono per il dipendente di ultimo livello, la paga di 7,31 euro all’ora per 6 ore e mezzo, mentre, secondo indagini giudiziarie, in Puglia si lavora nei campi senza contratto, per una paga di 3 euro all’ora, per 10 ore.

Anche qui serve una precisazione: nel nostro ordinamento – al di là delle norme civili sul rapporto di lavoro – è prevista una specifica tutela penale di chi, in una posizione di continuativa soggezione al datore di lavoro, determinata dal suo stato di bisogno, sia sottopagato e privato di qualsiasi garanzia. Parliamo della vittima della sfruttamento, rectius, lavoratore ridotto in servitù, a norma degli articoli 600 e 603 bis del codice penale.

Tornando alle 16 vittime, dai primi accertamenti di polizia è risultato che quei lavoratori, unitamente ai loro compagni di viaggio, erano immigrati, da Paesi economicamente sottosviluppati, approdati illegalmente in Italia, privi di risorse economiche, di contratto di lavoro, di efficaci riferimenti umani e istituzionali. In una parola si tratta di soggetti che, all’interno delle regole del libero mercato del lavoro agricolo, sono costretti ad accettare condizioni consone al loro stato di vulnerabilità, stato in cui si trova la persona che, secondo la definizione della normativa europea, “non ha altra scelta effettiva ed accettabile se non cedere all’abuso di cui è vittima”.

L’imprenditore che approfitta di questa debolezza fisica e psichica e pone il lavoratore nella posizione di sfruttamento, lede i suoi beni giuridici, tutelati dai suindicati articoli del codice penale.

In numerosi processi la magistratura così ha accertato come la parte vulnerabile – impossibilitata a partecipare liberamente alla determinazione della retribuzione e delle condizioni del rapporto di lavoro – abbia dovuto accettare, in cambio delle proprie prestazioni lavorative, una retribuzione di valore sproporzionatamente inferiore. In tal caso, la Corte di assise deve applicare la reclusione da 8 a 20 anni, oltre a pesanti pene accessorie.

Di tutto ciò, non c’è adeguata informazione nelle fonti finora compulsate.

Dalle numerose sentenze emesse in materia del lavoro servile, emerge che inquirente e giudicante possono utilizzare alcuni indici di sfruttamento, formulati nell’art. 603 bis del codice penale sulla base di dati di esperienza sedimentati nell’analisi di patologici rapporti tra datori di lavoro e i propri dipendenti. Tra questi dati di orientamento probatorio, fissati dal legislatore per l’individuazione dello sfruttato e dello sfruttatore, i magistrati di Foggia, dovrebbero principalmente stabilire se la quantità della retribuzione delle vittime e dei testimoni della mattanza di agosto corrispondesse al reiterato pagamento delle prestazioni con retribuzione palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o territoriali, previsto dall’art. 603 bis. Altri indici di orientamento, previsti dalla norma e utilizzabili nell’accertamento giudiziario delle servili condizioni di lavoro, sono: a) la reiterata violazione della normativa relativa all’orario concordato, ai periodi di riposo, al riposo settimanale; b) l’organizzazione di strumenti e di ambiente di lavoro insicuri e indecorosi, tanto da esporre «i lavoratori sfruttati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro».

Questa ipotesi di sfruttamento si inquadra comunemente nella strategia imprenditoriale improntata sulla riduzione del costo del lavoro e degli investimenti per la sicurezza, favorita dalla massiccia offerta di mano d’opera di soggetti vulnerabili   e dalla particolare assenza di controlli da parte degli uffici del ministero competente.

Lo sfruttamento dei lavoratori reclutati con l’illegale intermediazione, nell’era della globalizzazione, ha acquistato una nuova vitalità, ponendosi – nel quadro del processo di privatizzazione e deregulation di funzioni originariamente pubbliche – come uno degli effetti della stagione neoliberista e dei connessi processi di precarizzazione del mercato di lavoro.

Troviamo conferma di questa nuova era della schiavitù nella sentenza emessa il 13 luglio dello scorso anno dalla corte di assise di Lecce, per fatti avvenuti a Nardò tra il 2008 e il 2011. E’ stato infatti accertato che i caporali) “con dei furgoni o altri mezzi, li prendevano dalla masseria o dall’uliveto intorno alle 4,30-5,00 del mattino e li portavano nei campi per la raccolta delle angurie o dei pomodori. Le principali lamentele di questi lavoratori riguardavano la bassa entità dei salari o il loro mancato pagamento ….. Il rientro avveniva nel tardo pomeriggio.”

E’ interessante – come indice della vigilanza dello Stato sulla riedizione nella più umiliante servitù – l’episodio di cooperazione pubblico/privato, che è descritto da uno dei testimoni: nel 2010, un gruppo di lavoratori chiese ai volontari dell’Associazione di chiamare la polizia, anche perché alcuni di loro lamentavano il fatto di non aver avuto accesso all’acqua potabile nel luogo di lavoro ed erano ritornati dal lavoro visibilmente disidratati”. Questa doglianza venne dal teste comunicata al vertice locale del ministero dell’interno (la prefettura) che provvide e così all’esito di un successivo incontro “fu allestita presso la masseria una cisterna d’acqua potabile.

Questo concetto della vulnerabilità, quale condizione di chi non abbia altra scelta se non “cedere all’abuso di cui è vittima”, è esteso, da la Repubblica anche agli imprenditori agricoli, quasi a giustificazione dello sfruttamento da essi inflitto ai braccianti. Si tratta delle vittime della mostruosa asta on line al doppio ribasso, creata e gestita da nebbiosi soggetti della grande distribuzione. Il sistema è semplice: a maggio viene bandita l’asta e le ditte di conservazione fanno le loro offerte; il prezzo più basso diventa il punto di partenza dell’asta successiva, che si svolge online, tramite un portale che concede due minuti per le nuove offerte. “Tutto senza controllo e senza poter sapere chi c’è dietro le offerte e chi potrebbe drogare il mercato”. Alcuni imprenditori della trasformazione rinunciano a fronte del basso prezzo imposto dal vincitore (Eurospin), che – forte di oltre mille punti vendita in Italia – nella primavera del 2018 ha acquisito 20 milioni di bottiglie di passata di pomodoro a 31,5 centesimi l’una. Alcuni imprenditori non rinunciano, e sono costretti a vendere a prezzi stracciati, e a cercare, a loro volta, di tirare sul prezzo per l’acquisto dei pomodori dagli agricoltori. Questi ultimi sono costretti e rivalersi sulla mano d’opera.

Lo stato di bisogno dell’impresa di produzione-distribuzione della conserva genera così una catena di riduzione dei profitti degli agricoltori, che si rivalgono sui braccianti, costretti a subire un catastrofico abbassamento delle retribuzioni, aggravando il loro stato di lavoratori vulnerabili, quindi, sfruttati.

Per sanare questo funesto arretramento della condizione dei lavoratori, non si può quindi guardare solo a ciò che accade nei campi. Non si può comunque sottovalutare che nelle filiere nasce e si incancrenisce da decenni la condizione economica ed umana dei ridotti in servitù.

E’ da escludere comunque il riconoscimento del ruolo   di vendicatore e giustiziere al gigante della distribuzione nei confronti dei proprietari terrieri e dei produttori che sfruttano e fanno soffrire i braccianti: la loro responsabilità morale e penale merita sanzioni senza attenuanti e senza clemenza. Il rispetto delle regole del mercato non può comportare il pagamento di un inaccettabile prezzo: l’abrogazione di fatto delle regole dello Stato.

Il vincitore dell’asta on line giustifica i danni provocati alla concorrenza invocando l’interesse del consumatore: «Prezzi competitivi, insieme alla qualità». La colpa è del mercato: «A volte è cattivo e tutti si devono adeguare e trovare strade nuove, un fatto certo non semplice».

E’ il mercato, bellezza costituisce un’insoddisfacente   conclusione su Il fatto quotidiano, (8/8/2018), che trascura la vigenza del delitto suindicato e delle dissuasive pene previste per i responsabili.

Ancora più insoddisfacente è la proposta di creare nuovi reati e di riformare il mercato al minuto con l’etichetta narrante l’origine, la lavorazione, gli ingredienti e “quant’altro serva a sapere ciò che si mangia e si beve”.

Nella pacifica e rassegnata strada di accettazione delle regole del mercato e nell’impegno di non disturbare il manovratore, si pone anche Avvenire (9/8/2018), che vuole 1. sollecitare l’intelligenza dei consumatori per contribuire a cambiare le cose , creando le condizioni per un sistema di lavoro più degno, 2. mettere i consumatori di fronte alle loro responsabilità, aumentando la loro informazione su “sostenibilità sociale e ambientale delle filiera”.

Il mostro della grande distribuzione, che perseguita i suoi fratelli minori, spingendoli ad avere un altro motivo per lo sfruttamento dei dipendenti (non solo il profitto, ma anche la sopravvivenza),   è nient’altro che il capitalismo nella sua nuova versione trasgressiva e criminale. In attesa che vinca il sistema meno ingiusto e meno crudele, in attesa che nella competizione vinca il più buono e il più generoso, limitiamoci a parteggiare per il rispetto delle leggi e per l’intangibilità della Costituzione fondata sul lavoro e a pretendere che gli organi dello Stato facciano il loro dovere.

A ciascuno il suo.