di Antonio Bevere

L’innovazione tecnologica del lavoro ha accompagnato la violenta volontà della classe imprenditoriale di ridurre l’impegno e la capacità di lavoratrici e lavoratori di sentirsi insieme nella rivendicazione dei propri diritti. E’ particolarmente percepibile l’attacco al contratto collettivo, quale forma di accordo, che determina una parità tra i lavoratori e una controllabilità delle condizioni concordate con la controparte. Nasce così la concorrenza tra i lavoratori dentro l’impresa o tra i lavoratori delle varie imprese di settore.

Le nuove forme di lavoro portano ad una condizione di solitudine, di rischio, di emarginazione che rende ancora più disumano lo sfruttamento degli apparenti lavoratori liberi. Emblematica è la figura dei riders, che si estende, nella sua debolezza contrattuale, su molti soggetti che vengono pagati per i pezzi che imballano, per i viaggi che fanno, per le pizze che portano. La recente sentenza della Corte di appello di Torino ha riconosciuto la parità di diritti con i lavoratori subordinati, ma il rigetto della richiesta di reintegrazione per licenziamento discriminatorio conferma la debolezza contrattuale, denunciata dalla Re David, di una massa di circa venticinquemila lavoratori [1].

Il tema dell’uguaglianza, della solidarietà, della giustizia sociale e la funzione difensiva che spetta, nella fabbrica e nella società, al sindacato costituiscono il fulcro di questo libro della segretaria nazionale della FIOM.

E’ efficace il richiamo all’origine etimologica del termine sindacato: deriva dal greco syndaké, e significa “insieme per la giustizia”.

La permanente vitalità dell’unica grande organizzazione di massa, in cui i lavoratori si riconoscono, consente di fronteggiare il peggioramento delle generali condizioni di vita, determinato dalla crisi economica dell’inizio del secolo, aggravata dall’ultima legislazione che ha imposto un incremento della disuguaglianza del potere negoziale tra le parti del rapporto di lavoro.

L’A. rileva che – in virtù dell’egemonia del pensiero neoliberale, autopromosso a legge e giurisprudenza – il diritto del lavoro è stato surclassato dal diritto dell’impresa. Il lavoro è trasformato in strumento di produzione “sforando sugli orari, allargando e intensificando la precarietà, mettendo tutto al servizio, appunto, del massimo utilizzo flessibile delle persone, da parte dell’impresa”. La precarietà implica insicurezza, oggettiva e soggettiva. «Insicurezza che, muovendo dalle condizioni di lavoro, diventa insicurezza delle condizioni di vita, perché il lavoro, e con esso il reddito, è revocabile a discrezione del soggetto – l’impresa, il datore di lavoro – che lo ha concesso» [2].

La disuguaglianza nasce e si modula quindi in correlazione al diverso margine di libertà di autodeterminazione attribuito alle parti dai reali rapporti di forza economica e blindato ufficialmente dal legislatore. Questa normativa incide negativamente sull’equilibrio tra le classi sociali, sui diritti fondamentali e, quindi, sulla effettività della democrazia dell’intera comunità.

Di qui la funzione primaria del sindacato che realizza il desiderio del lavoratore di combattere lo sfruttamento, di tutelare e ampliare i propri diritti fondamentali, acquisiti in maniera intangibile con il confronto anche duro in fabbrica e nella società e non per concessione della controparte.

Il conflitto sociale democraticamente gestito e quindi non violento diventa un elemento base della democrazia per raggiungere le finalità di uguaglianza, di benessere, di giustizia. “Questo vale naturalmente nella contrattazione, ma vale ancora di più in generale quando parlo degli interessi complessivi che sono anche gli interessi dei lavoratori come per esempio la sanità, la scuola, le pensioni e quindi in questo caso nei confronti dei governi. Il conflitto non è morto, anche se molti aspirano a una società armonizzata, olistica in senso politico o tecnologico, docile e senza conflitti- ma quindi anche senza idee”.

Va rilevata la piena legittimità di questo modo di intendere la democrazia. E’ pienamente conforme al nostro ordinamento giuridico un sindacato che, come soggetto politico, esce dalla fabbrica e agisce nella società. Questo ruolo è legittimato dalla normativa costituzionale (principalmente gli artt. 39 e 40, ma anche art. 2, 3 comma 2, 18 Cost.) e dalle leggi ordinarie emanate nell’arco di tempo compreso tra gli anni ’60 e gli anni ‘70. E’ possibile trarre dal tuttora vigente quadro normativo «un riconoscimento di una positività sociale del conflitto e, più specificamente, del fatto che la libera esplicazione della lotta sindacale da parte dei lavoratori è uno degli strumenti con i quali costoro possono rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono loro la effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese» [3].

Il richiamo al pensiero neoliberale, autopromosso a legge e giurisprudenza, consente di riportare all’attenzione dei cittadini e dei lavoratori non solo i principi della Costituzione-sicuramente difformi all’egemone diritto dell’impresa – ma principalmente la giurisprudenza che negli anni ’70 trovò l’humus della propria affermazione nei conflitti sociali e la propria legittimazione nella

Costituzione. Il riconoscimento dell’ineffettività del principio di uguaglianza e il conseguente impegno, preso dalla Repubblica con l’art. 3 Cost., di realizzare pari garanzie dei diritti fondamentali e pari partecipazione economica, politica e sociale, spinsero in quegli anni gran parte delle pubbliche istituzioni a sentire l’obbligo di gestire il proprio potere in modo da soddisfare tale impegno. La magistratura nel campo del lavoro, sotto la spinta di una classe operaia capace di mettere in discussione i tradizionali rapporti di forza dentro e fuori la fabbrica, giunse alla giuridicizzazione del conflitto di classe, mediante la pronuncia di sentenze a favore della parte politicamente debole, ma giuridicamente forte; in breve, i pretori del lavoro portarono in fabbrica la legge civile e penale.

Torniamo ai giorni nostri e alla realistica descrizione dell’autoritarismo nel lavoro, dell’alienazione di chi usato e logorato con l’intensificazione dello sfruttamento e con l’aumento dei tempi del non lavoro. “E quando cresce la disoccupazione e quando cresce la frammentazione del lavoro e quando cresce il ricatto sul lavoro è più difficile porre il tema dei diritti – e molti rinunciano ai diritti pur di aver un lavoro e anche questa è una forma pesantissima di ricatto e insieme di comando sul lavoro”.

Naturalmente rientra tra i compiti del sindacato e della sua forza di autotutela la soluzione della problematica dell’orario indistinto tra tempi di vita e tempi di lavoro, della riorganizzazione delle imprese per l’innovazione tecnologica, del paradosso della diminuzione degli ammortizzatori e del contestuale aumento dei licenziamenti.

Ma c’è ancora un giudice a Taranto, a Pomigliano d’Arco, a Melfi?

Come già detto, negli anni ’70 si concretizzò, nel diritto civile, una giurisprudenza che si articolava in decisioni che realizzavano la prevalenza degli interessi funzionali all’emancipazione delle classi subalterne, dei diritti sindacali sugli interessi della proprietà privata o della produzione. Questa giurisprudenza in gran parte è meno rilevante agli occhi dei lavoratori e della pubblica opinione sia a causa della sua essenza sovrastrutturale, sia a causa delle nuove norme che rendono costoso e di ridotta efficacia il ricorso al giudice civile.

La Costituzione comunque resiste nel campo penale: nella Repubblica italiana fondata sul lavoro, chi trae iniquo profitto dallo stato di necessità della parte debole e dalla sua impossibilità di determinarsi liberamente nello scambio prestazioni/retribuzione è punito severamente dall’art. 600 del codice penale (riduzione o mantenimento in servitù).

Si deve prendere consapevolezza che la condizione di servitù non ha più i connotati di anomala trasgressione, marginalmente limitata a periodi stagionali ed a lavoratori stranieri, ma ha iniziato ad essere una risorsa, riconosciuta dalle forze di governo agli imprenditori come contropartita per la tanto agognata ripresa economica. Nonostante l’impegno delle avanguardie sindacali, ci avviciniamo sempre di più al mercato del lavoro popolato, in tutti i settori, da prestatori d’opera a forte limitazione di libertà di autodeterminazione, non più separati dalla disuguaglianza tra autoctoni e immigrati, ma accomunati dalla nuova cultura dell’uguaglianza nel lavoro servile.

E’ evidente che la tutela giuridica da sola non costituisce una valida difesa per la libertà e la dignità dei lavoratori dipendenti e di tutti gli esseri umani che vivono nel nostro territorio. Protagonista centrale rimane il sindacato che tuteli le condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori, mantenendo l’aspirazione di interpretare e rafforzare un principio di giustizia sociale che vada oltre il luogo di lavoro.

In attesa di un capovolgimento dei rapporti di forza economica e politica, non si può comunque trascurare la parte della cultura giuridica che continua ad affermare la supremazia delle norme della Carta Costituzionale e a negare la servitù del diritto penale e civile alle esigenze del sistema produttivo.

Il forte e pungolante libro della Re David può essere una produttiva occasione di riflessione sul diritto al conflitto sociale nei binari della Costituzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Tempi (retro)moderni. Il lavoro nella fabbrica-rete, Jaka Book.

[2] Luciano Gallino, Vite rinviate, Lo scandalo del lavoro precario, Edizioni Laterza, 2014, pag. 8

[3] G.Giugni e G.M. Gargiulo, Lotta sindacale, in Enc. Dir., XXV, 1975, 36.