Andrej Peresolìn, tornando da teatro, vede nel palazzo del governo, le finestre del suo ufficio ancora illuminate. Incuriosito e anche preoccupato per la possibile sua immagine di dirigente “tiranno” ( La gente può pensare che non do tregua ai miei subalterni neanche di notte), scende dalla carrozza ed entra, attraverso la porta di servizio.Giunto, nell’ufficio, dove assiste a una scena insolita “Davanti a un tavolo ingombro di grandi fogli di contabilità, stavano seduti quattro impiegati e giocavano a carte…Era qualcosa di inaudito, di strano, di misterioso” Le frasi che i giocatori si scambiavano erano del tutto incomprensibili “Banca di Stato….due, Intendenza di finanza…Senza briscola…Tu sei senza briscola ?…Direzione provinciale , due….Esco col consigliere di stato…Vanja, gioca un qualche consigliere titolare o provinciale…”

Alla richiesta di spiegazione, i pubblici funzionari riconoscono di essersi impegnati nel vint, gioco di carte molto diffuso in Russia, seguendo però regole del tutto originali: “ Ogni ritratto, eccellenza, come ogni carta, ha un suo valore…un significato. Come nei soliti mazzi, anche qui vi sono 52 carte e quattro colori…I funzionari dell’intendenza di finanza-cuori; l’amministrazione provinciale-fiori, gli impiegati della pubblica istruzione-quadri; invece picche è la sezione della banca di stato…I consiglieri di stato effettivi sono per noi gli assi; i consiglieri di stato, i re; le mogli dei funzionari di quarta e quinta classe, le dame; i consiglieri di collegio, i fanti; i consiglieri di corte, i dieci e così via…” .

In altri termini, i fantasiosi funzionari governativi –mescolando regole vecchie e nuove-si concedevano il piacere di giocarsi, in maniera divertente ma innocua, le più alte cariche dello Stato zarista.

Fuor di metafora, a molti cittadini sembra che, nel palazzo dell’autogoverno della magistratura, le più alte cariche e in genere la composizione dei principali organi di giustizia sono oggetto di un gioco fuori norma, che diverte i protagonisti attivi ma non è innocuo per i cittadini. In questo originale canovaccio, a prescindere dai meriti, alcuni concorrenti sono insigniti del titolo e della forza degli assi; ad altri è riconosciuto il valore di re ; altri ancora sono posti nel rango di fanti, in ultimo ci sono i dieci e così via.

Non sono mancati interventi di moderni Peresolìn che, ai vertici dell’organo di autogoverno, hanno scoperto e censurato questa prassi innovativa, seguita in assegnazioni illegittime di incarichi particolarmente agognati. Il vice presidente Giovanni Verde nel 2005 era giunto alla conclusione che la valutazione dei candidati non rispondesse alla legge dello Stato, ma a una regola matematica, alla legge del quattro.”[…il numero perfetto non è tre ma quattro perché quattro sono le correnti, così che tutto andava diviso per quattro. E ciò sta ad indicare che qualcosa non funziona soprattutto nella pratica della quotidianità”. Anche il vice presidente Rognoni, nel discorso di commiato, ha rimarcato la censurabile prassi quotidiana per “remore e incrostazioni causate dal gioco correntizio”.

Nell’indirizzo di saluto del giugno 2006, il presidente del CSM, Giorgio Napolitano, ha sottolineato l’esigenza che “le nomine devono essere tempestive e non passare sotto le forche caudine di interminabili tentativi di mediazione che espongono questo adempimento primario a polemiche sul condizionamento di visioni correntizie che travalicano i limiti della normale dialettica”.

La risposta dei vertici dell’associazionismo è stata improntata al compatto negazionismo. Ne ha fatto esperienza la rivista Critica del Diritto che –organizzato nel 2007 un convegno su I magistrati e le correnti.Alla ricerda dell’indipendenza da se stessi- fu marchiata da un esponente della corrente di sinistra, reduce dal CSM, di evidente adesione al berlusconismo.

Questa strategia è perdente perché ormai il muro del silenzio si è sgretolato, grazie a più affidabili osservatori (vedi specialmente N. Nappi, Quattro anni a Palazzo dei Marescialli, Aracne, 2014) e ai ripetuti annullamenti di illegittimi provvedimenti da parte della giustizia amministrativa.

E’ noto che in caso di programmata assegnazione di un notevole numero di posti direttivi o comunque ambiti, vengono presentate al plenum del Consiglio contrapposte liste di nomi già confezionate e intangibili, nel senso che o si vota l’intera lista o se ne deve redigere un’altra, senza possibilità di scelta di un candidato nella lista A e un candidato nella lista B. Nel contesto di rigidità, di ordini dall’alto e di conseguente limitazione di libera e convinta scelta da parte dei singoli consiglieri, gemmano la generica ripetitività delle motivazioni della scelta, l’ermetismo delle comparazioni tra i candidati, la non trasparenza dei criteri di delibazione di vittorie e sconfitte.

Nelle quotidiane valutazioni della capacità professionale dei singoli, delle assegnazioni dei ruoli dirigenziali, delle conclusioni dei procedimenti disciplinari si deve fare i conti con la consolidata regola pragmatica, secondo cui le determinazioni e le scelte espresse con il voto devono essere soggette al principio di maggioranza, nel senso che devono essere assunte non secondo le proprie autonome convinzioni, ma secondo l’indicazione della maggioranza del gruppo di appartenenza. E’ stato fatto rilevare che il voto per vincolo di maggioranza, alias per disciplina di gruppo, risponde alla logica, alla teorizzazione, alla pratica del voto di scambio : «io voto uno dei tuoi se tu voti uno dei miei , come la riconosciuta esigenza di risarcire il contraente nei confronti del quale si è rimasti inadempienti» (Nappi).

Si deve quindi prendere atto che l’associazionismo giudiziario – dopo un glorioso periodo di difesa dell’autonomia e di innalzamento culturale della magistratura- ha arricchito l’organo di autogoverno – previsto dall’art. 104 della Costituzione – di una sussidiaria capacità di governarsi con norme proprie formulate all’insegna della disuguaglianza. La loro applicazione cagiona danno innanzitutto all’interesse dei cittadini a una corretta e razionale selezione dei migliori magistrati per gli uffici di maggiore responsabilità.

Tale inedito regolamento inoltre lede la libertà di autodeterminazione dei lavoratori in toga. Va da sé che il giovane magistrato, preso atto di norme non scritte ma vigenti di fatto, si trova dinanzi all’alternativa a) mantenere la totale indipendenza nelle scelte esistenziali della propria identità professionale (che possono comprendere la scelta di adesione o non adesione ad un gruppo associativo); b) limitare questa indipendenza, nel senso di aderire comunque ad un privato gruppo associativo e di acquisire un’appartenenza potenzialmente incidente sulla propria pubblica professione.

I singoli lavoratori in toga, se non hanno aderito ad un gruppo o ne sono stati posti ai margini, non rientrano tra i beneficiari dello scambio di voti all’interno del CSM, che diventa così autogoverno riservato ad alcuni in danno di altri, con evidente violazione del principio di uguaglianza e conseguentemente della loro indipendenza interna. Questi – gli emarginati o i sans papier – possono ragionevolmente aspirare al corretto evolversi della progressione ordinaria, ma, in caso di competizione per mete particolari, in cui sia in gioco la loro identità personale e professionale, dovranno accontentarsi dei residui, del ruolo di piccoli giudici, destinati a piccoli uffici, a piccoli processi. In ogni caso, subiscono la lesione dell’interesse giuridico a una corretta comparazione di qualità culturali e professionali.

Si verifica quindi un accentramento di anomalo potere normativo ed organizzativo, che è funzionale alla privatizzazione dell’organo costituzionale.

In questo profanato tempio di garanzia della Giustizia, declassato a contaminato terreno di anomale mediazioni, trattative, spartizioni, è resa praticabile l’inclusione di mercanti assolutamente alieni se non addirittura eticamente antagonisti e politicamente ostili. E’ di questi giorni la notizia di un parlamentare indagato, ammesso alla trattiva per la scelta – fuori norma- dei dirigenti di procure della Repubblica. Ancora più allarmante è che l’accertamento è emerso non dall’interno dell’organo leso, ma accidentalmente da esterne ed autonome indagini penali. In un prossimo futuro sapremo se si sia trattato di un imprevedibile e innaturale salto di qualità delle trasgressioni amministrative oppure di una loro prevedibile e naturale alterazione.

Al di là della presumibile eccezionalità di questo evento, la compattezza nella gestione attiva ed omissiva della quotidianità dell’autogoverno e l’assenza di concrete manifestazioni di polemica e di opposizione  denunciano il vuoto di una giurisprudenza alternativa nel CSM .

La coraggiosa difesa dei valori costituzionali di tutti i lavoratori –che caratterizzò la corrente progressista nella sua fase iniziale – è stata sovrastata da una partecipazione silente e solidale alla gestione della forza lavoro dei magistrati, fondata sulla disuguaglianza, sulla soggezione ai vertici di soggetti privati, sulla negazione della libertà di autodeterminazione al momento di acquisizione dell’appartenenza e al momento delle vincolate decisioni che ne conseguono. In altri termini, dall’impegno ad eliminare gli ostacoli all’uguaglianza di tutti i lavoratori si è passati a collaborare, non solo con il silenzio, alla costruzione di ostacoli all’uguaglianza di un ristretto ma importante settore di lavoratori.

Opposizione e denuncia nei confronti del mercato delle appartenenze e delle politiche di opportunità negoziale possono – attraverso la inversione del decadimento della parte di sinistra della magistratura- raggiungere la ricostruzione della prassi conforme alla legge e alla Costituzione, la riscoperta dell’originaria passione per l’uguaglianza, la cancellazione dell’attuale quotidianità del Consiglio Superiore della Magistratura.

Antonio Bevere